Patrizia Riviera

“I give up” mi disse - Rinuncio - C’era amarezza nella sua voce e malinconia, ma quel suono straniero era l’inizio della mia liberazione. Mai lo vidi così dolce! Ogni rinuncia è una liberazione, mi dissi. Dopo di allora ci fu solo un ultimo viaggio. Lasciai che tutto finisse.

Molti di coloro che conosco hanno rinunciato. Tutti quelli che vivono nel mondo parallelo della malattia mentale o fisica, ad esempio. Così come un albero per sopravvivere ai rigori dell’inverno deve rinunciare alle sue foglie e ritirarsi nel nucleo centrale del suo tronco, così per vivere, spesso, è necessario abbandonare, ritirarsi, rinunciare.
Ho fotografato la Terra, con questo senso di rinuncia. Amo questa crosta a tal punto da non volerla descrivere. Non posso. Quello che io amo non è ciò che vedo, ma quello che avviene dentro di me. La Pace. Non la luce del sole, ma quell’oscuro silenzio che mi rimane dentro.
Inquadravo una porzione di quel mondo che mi emozionava e poi sfocavo completamente l’obiettivo della macchina. Scattavo solo se l’immagine continuava ad avere un eco dentro di me, solo se pur così indistinta io continuavo ad esserne coinvolta. Non volevo vedere, volevo sentire. Oppure, mi muovevo mentre fotografavo, nel tentativo di abbracciare l’intero spazio che mi circondava. Come quando cammini e le immagini si susseguono veloci e ne resta solo un’indefinibile scia.
Questo lavoro è un sogno ad occhi aperti, un viaggio dell’immaginazione nei luoghi amati: la montagna, il mare. C’è un’andata e un ritorno. C’è un mezzo di locomozione: la mia inquietudine. E ci sono anch’io nei panni di un uomo, a volte solo un piccolo punto indistinto. Come in un sogno, nulla è abbastanza chiaro, nitido. Come in un sogno ad occhi aperti ogni immagine è stata ripassata (dalla grana), nella velleità di aggiungere elementi che siano utili a comprendere, a ridefinire.
Nato per descrivere la mia rinuncia, la mia necessità di lasciar cadere, di abbandonare è diventato per lungo tempo un rifugio e un nascondiglio. E’ diventato la mia solitudine.

Il mio ultimo viaggio, quello della rinuncia. Non la morte, ma l’oblio. Non la morte, ma la liberazione. L’indecifrabile bellezza interiore della vita. L’oscurità di un mondo parallelo. Il Sogno.

Patrizia Riviera

Profilo di Patrizia Riviera

Nasce a Milano e dal maggio del 2000 vive a Bergamo. Inizia a fotografare nel 1992 frequentando la scuola "Donna Fotografa" di Giuliana Traverso. E' una fotografa di reportage sociale e di ricerca creativa, interessata soprattutto all’emarginazione, alla solitudine, al senso di non appartenenza di tutti coloro di cui generalmente non si parla, di coloro che non contano. Docente e conduttrice di laboratori espressivi, educativi e terapeutici di fotografia. Arteterapeuta in formazione.
Inizia ad esporre nel 1996 con una personale in Abruzzo nell’ambito di una mostra internazionale di fotografia, e a New York e a Seattle in una collettiva di donne fotografe italiane.
Nel 1997 ha una personale alla Benham Studio Gallery Photography di Seattle (U.S.A), espone in Belgio sulla nuova fotografia italiana  e in "Giovani e Sconosciuti" a Spilimbergo, mostra e libro a  cura di Italo Zanier.
Vince il 1° Premio Miglior Portfolio nel 1999 al Toscana Foto Festival di Massa Marittima (GR)  e nel 2001 alla 6° Internazionale di Fotografia di Solighetto (TV) con la pubblicazione di un libro fotografico del lavoro di ricerca “Unsure Feelings”.
Riceve la Menzione D’Onore nel 2001 nella categoria “Images of Women”  nel “Women in Photography International’s  20th Anniversary Juried Exibition”  di Los Angeles.
E' tra le autrici selezionate (l’unica italiana) al "Premio Europeo Donne Fotografe" 2003/2004 di Prato con il lavoro di ricerca “Close-Ups”.
Nel Luglio del 2009 vince il 2° premio al “Premio Internazionale Rovereto Immagini” con il lavoro di ricerca creativa “I GIVE UP: L’Ultimo Viaggio. Il Sogno.”
Dal 1996 in poi sono molte le mostre che la vedono protagonista, oltre 50,  con personali e collettive a New York,  a Seattle, alla Triennale  di Milano, al Museo Ken Damy di Brescia, al Museum of Modern Art Zilina di Bratislava in Slovakia,  alla Galleria Massenzio Arte di Roma, all'House of Photographic Art in California, alle Scuderie Medicee a Prato, al Palazzo del Municipio di Borgo Valsugana (TN), al Castello di Montereggio  a Massa Marittima,  alla Galleria San Fedele e alla Galleria Grazia Neri di Milano,  ad Arles (Francia) ai “40 ans de rencontres”, eccetera.
Ha pubblicato 9 libri, l’ultimo nel dicembre 2014: “Teatro Stalla: animali, uomini, dei”, edito, per la Fondazione Emilia Bosis, da Moretti&Vitali. Libro dedicato ad un teatro di ricerca che ha come palcoscenico l’arena e gli attori professionisti recitano insieme agli animali e ai malati psichiatrici.
Le sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche tra cui la Bibliotheque Nationale de France a Parigi.

Testo critico di Lorenza Biasetto

A cosa rinuncia qui Patrizia Riviera? Cosa “smette di fare”? Quale speranza o fede vengono meno, e rispetto a cosa?
“I give up”, letteralmente “io rinuncio”, è la storia di una vita, di un percorso interiore ed umano, fatto di lotta e resistenza che ad un certo punto cessano. Un viaggio caratterizzato dall’ostinata opposizione alla durezza della vita e agli ostacoli che costantemente ti si parano davanti. Ma, a un dato momento, le forze si esauriscono, lasciando il posto al piacere indefinibile dell’abbandono e della dimensione onirica.
Proprio il sogno rappresenta la cifra di questo lavoro concettuale. Non solo stilistica. Qui contenuto e forma sono un tutt’uno: nella ripresa fotografica vengono meno la definizione dei dettagli del quotidiano, la visione oggettiva dei luoghi e delle azioni; nella percezione intima si sciolgono gli affanni, la frenesia, i crucci di un’esistenza che noi tutti ben conosciamo, i cui ritmi insostenibili poco spazio lasciano ad una riflessione consapevole sul senso del vivere.
Un leopardiano “dolce naufragare”, una ossimorica “resistenza passiva” di matrice orientale, il maturo raggiungimento della posizione esistenziale e filosofica del saggio. La reminescenza classica è fortissima: nella mitologia greca e romana l’oblio è associato al fiume Lete, che conduce all’oltretomba e disseta le anime dei defunti che desiderano dimenticare i dolori della vita terrena.
Del resto, Patrizia Riviera ha molto da dire circa le profondità della ricerca spirituale e la forza del mezzo fotografico quale strumento di indagine dei più remoti recessi dell’anima. Non solo per la singolare esperienza professionale che la vede lavorare, in veste di fotografa-terapeuta, in ambienti psichiatrici. Ma anche per il denso percorso di fotografa-donna, che ha abbracciato fin dai primi scatti una fotografia concettuale tutta interiore.

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