Keiichi Tahara raccontato da Roberto Salbitani

Keiichi Tahara
Qualche tempo fa, dopo esser rimasto colpito dalla sua esposizione alla Bibliothèque Nationale, fissai un appuntamento con questo giovane fotografo giapponese nella casa ospitale di un amico a Parigi. Tahara arrivò come un fulmine, affannatissimo come se fosse inseguito da una torma di poliziotti oppure lui stesso rincorresse qualcosa di straordinariamente importante. Mi aggredì con una parola: « sunset » (tramonto) chiedendomi con voce concitata una pellicola sensibile e poi filò via come un kamikaze che niente al mondo avrebbe potuto distogliere dai suoi propositi. Pochi minuti dopo mi riappariva davanti col sorriso più smagliante del sol levante, stringendo con soddisfazione la sua fotocamera: il suo bottino, cioè gli ultimi raggi del sole filtrati attraverso i tetti di edifici incontrati per via, era nel sacco.
Lo vidi ancora in seguito svegliarsi improvvisamente all'ora del tramonto, o aspettare il sole al varco di qualche comignolo, e puntare con decisione l'obiettivo della sua antiquata Nikon in direzioni sempre diverse fino ad ottenere una certa scomposizione della luce. I lettori possono riscontrare da sé come questo ventitreenne di Kioto sia un vero maestro dei fenomeni della luce e dell'ombra, padroneggiati con sensibilità animalesca: intendiamoci, non si tratta qui di effettismi biancoscurali del tipo sterile che scaturiscono normalmente da una tecnica (dei forti contrasti o fotomeccanica) ripiegata su sé stessa. La sua procedura tecnica non cela misteri particolari. Usa la pellicola rapida spingendola al di là degli ASA normali, aumenta i tempi di sviluppo, indurisce i bianchi ed i neri, con una certa elasticità a seconda del tipo di resa che vuole ottenere.
Quella ineffabile qualità che hanno le sue fotografie — l'atmosfera pregna di realtà divenute impercettibilmente simboli, carichi di una segretezza e di un misticismo che ci penetrano anche maggiormente perché provenienti da una civiltà ben diversa dalla nostra — dobbiamo dunque farla rimontare al momento della ripresa, quando il suo occhio risponde immediatamente alle sollecitazioni della luce, e quasi si lascia invadere dalle sue vibrazioni fino a che si fa notte fonda attorno e le cose appaiono illuminate dai puri riflessi.
Se si deve ricercare un attributo che avvicini questo tipo di visione della realtà conviene forse ricorrere ad un termine del passato, che meglio di ogni altro mi sembra ne esprima la sostanziale modernità: l'aggettivo « metafisico ». Metafisica è la città di Tahara per via di quella sospensione del tempo che la precipita al di là della cronaca e del ritmo vitale dei suoi abitanti, metafìsiche le strade deserte e gli edifìci che si innalzano calcificati in una dimensione che è fuori del respiro degli uomini. In questo senso, si può riconoscere in Tahara una matrice che, più che tradizionale, è antica.
Ma a differenza di alcuni fotografi anglosassoni del passato, che avviluppavano di un'aura metafisica serena le loro visioni, Tahara è metafìsico nel senso più estremo, più teso, più drammatico e dunque più attuale del termine. La concezione che egli ha della realtà è evidentemente fondata sull'opposizione estrema, brutale di due polarità: la luce e l'ombra o, se si vuole, la luce e la sua negazione, la non-luce. I fenomeni di luce e d'ombra, inestricabilmente collegati tra di loro, sono qui delle presenze e delle costanti assolute alle quali il fotografo dirige tutta la sua attenzione. L'immagine finale è il risultato di una costruzione operata da questi due fattori visualmente fondamentali, in seno alla quale essi interagiscono lungo linee di forza e zone di tensione che, se determinano un disegno inciso, sono ciononostante sempre lì per mutare il tono generale dell'immagine.
Si capisce che la preziosità di queste fotografìe deriva innanzitutto dal fatto che sono inscindibili dal particolare attimo atmosferico che le ha generate. La loro lucentezza, o la loro crepuscolarità, è connessa all'intensità dei raggi di luce durante una frazione minima di tempo: in quel preciso istante e solo in quello. Il taglio prospettico e l'inquadratura, il successivo bilanciamento delle luci in camera oscura, non toglieranno nulla all'unicità di quel primo momento atmosferico, ma forniranno invece gli strumenti linguistici per enfatizzarlo. Ogni cosa può essere luce o ombra, ma mai nello stesso istante. Questi due fattori, che si compenetrano dialetticamente, evocano altri stati al tempo stesso opposti e complementari: il pieno ed il vuoto, la presenza e l'assenza, la creazione e la distruzione, il tutto ed il nulla. Non ci ricordiamo di fotografi che prima di Tahara (excineasta, scenografo e tecnico delle luci) avessero scandagliato con tale forza visiva questa calotta nera sospesa nel vuoto, nella quale esistiamo, illuminata da acuminati flashes di luce. —

Roberto Salbitani, 1973

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